Passeggiare per Medicina

Palazzo Prandi
(Via Libertà) Opera del tardo Settecento (forse di F.S. Fabri), appartenuto alla marchesa Zagnoni Hercolani. Presenta una distesa facciata a timpano e piramidi alla sommità, con belle sale interne decorate da pitture e da stucchi di Luigi Acquisti nella ricca galleria centrale.


Torre dell'orologio

Torre dell'orologio

Torre dell’Orologio
La parte bassa, fino alla cornice, venne costruita nel secolo XVI sull’angolo dell’antico Palazzo del Podestà. La parte alta, sopra la cornice, terminante con una merlatura alla “guelfa” intorno alla cella delle campane, è intervento dei primi decenni del Settecento. In seguito a tale aggiunta la torre subì un’inclinazione verso l’interno che rese necessario murare il primo arco di portico su cui appoggia. Sul lato Nord, oltre la targa marmorea che presenta e commenta i versi di Dante riferiti a Pier da Medicina, è collocata dal 1730 entro una nicchia una statua in terracotta della Madonna del Rosario, attribuita ad Angelo Pio “giovane”. Più in alto, sotto la cornice e quindi nella parte cinquecentesca, è posto il grande quadrante del sec. XVII, unico lavoro noto realizzato in formelle di maiolica di Faenza, riportante la numerazione antica da I a XXIV con simboli araldici di Medicina: la croce, le chiavi, i gigli. Sul lato Ovest, oltre la cornice, ora trova posto il nuovo quadrante, attivato nel Settecento, con numerazione “moderna” da I a XII.

Chiesa del Carmine
Fu edificata ad iniziare dal 1696 su progetto dell’architetto Giuseppe Antonio Torri per volontà dei Padri Carmelitani del vicino convento. La “vecchia chiesa”, che si trovava annessa al convento lungo la “Contrada di Mezzo”, era ormai considerata inadeguata all’importanza della comunità carmelitana medicinese che aveva espresso, tra l’altro, quattro generali dell’Ordine. Dopo diversi controversi progetti, venne scelto di innalzare la nuova chiesa nel luogo più idoneo, anche se - esempio unico - separata dall’edificio conventuale da una strada pubblica (Via Canedi). Per ovviare a questo non piccolo inconveniente i frati ottennero dal Comune di realizzare alcuni sottopassaggi tra convento e chiesa e tra i sotterranei di servizio delle due parti, opere che fecero fantasticare a lungo i medicinesi. La costruzione della chiesa si protrasse tra la fine del ‘600 e il 1724, anno in cui il tempio venne benedetto solennemente. L’esterno, a croce latina con alto tiburio ottagonale, si impone per slancio verticale e coerenza tra volumi architettonici i quali richiamano, intenzionalmente, l’immagine araldica del Monte Carmelo che è ripetuta sul timpano della facciata e nel traforo del campaniletto a vela, sul lato. La facciata, ultimata nella seconda metà del ‘700, è organizzata in un unico “ordine gigante” che ne accentua la maestosa elevazione. L’interno venne realizzato secondo il progetto del Torri ma con modifiche nelle misure delle finestre e nel disegno degli stucchi, secondo varianti ideate da Alfonso Torreggiani. Anche internamente lo spazio è valorizzato e dilatato con sapienza pur mantenendo proporzioni di elegante solennità, cui conferiscono nobiltà gli stucchi tra i più espressivi del primo Settecento bolognese, opera di Antonio Callegari, per gli ornati architettonici, di Filippo Scandellari per le 4 statue dei pontefici carmelitani negli altari del transetto, di Angelo Piò per gli angeli e le grandi statue di Elia ed Eliseo nella magnifica ancona maggiore. Nonostante la struttura necessiti di restauri - che vengono realizzati con ovvia gradualità - nell’interno sono ancora conservate al loro posto - restaurate a cura della soprintendenza competente - tutte le pitture settecentesche originali, eseguite per conto di diversi carmelitani medicinesi dai maggiori pittori d’area bolognese, secondo un programma tematico incentrato sulla storia della spiritualità dell’ordine. Il percorso iconografico, leggibile dall’ingresso all’abside, è bene venga rispettato anche nella visita. Nelle prime due cappelle, a destra e a sinistra, sono collocate due pale entrambe di Ercole Graziani, di calda e intensa espressività, rispettivamente dedicate a S. Simone Stoch che riceve lo scapolare dalla Vergine e a S. Pietro Thoma, figure fondamentali del carmelo occidentale. Seguono le due cappelle dedicate l’una ai grandi mistici S. Teresa, S. Andrea Corsini con S. Orsola, di Girolamo Gatti, l’altra a S. Angelo martire e S. Alberto, vigorosa pittura di Giuseppe Marchesi detto “Sansone”. Nel terzo altare di sinistra si vede la pala di Antonio Rossi, rappresentante La Vergine e S. Maria Maddalena de’ Pazzi; nel corrispondente altare di destra era collocata soltanto una croce, richiamo della spiritualità della grande carmelitana fiorentina dell’altare di fronte. Sull’ancona del transetto di destra figurava il Transito di S. Giuseppe del Bononi che ora si trova in S. Mamante; in quella di sinistra, a copertura delle reliquie del martire S. Liberato, si trova Cristo e S. Liberato di Francesco Calza. A lato, nello stesso luogo, è posta la tela “saracinesca” che stava nell’ancona della Madonna del Carmine, con l’angelo che libera le anime del Purgatorio, lavoro del carmelitano forlivese Carlo Roberti. Ai lati dell’abside furono posti, nel 1788, due grandi quadri dell’imolese Angelo Gottarelli, uno Elia vede la bianca nuvola proveniente dal mare, l’altro Elia dormiente riceve il pane e l’acqua. Da ultimo, entro la monumentale ancona del Torreggiani e del Piò, è ancora collocata, restaurata, l’immagine della Madonna del Carmine la cui testa è scultura lignea di Antonio Querci dei primi anni del Seicento. Integrano il complesso architettonico e artistico della chiesa i locali della Sagrestia, costruiti intorno alla metà del ‘700, certamente su disegno del torreggiani - con stucchi di Domenico Gambarini -. Si accede alla sagrestia in maniera indiretta attraverso un atrio ornato da riquadri a stucco contenenti tarde tempere prospettiche del quadraturista, allievo di Ferdinando Bibiena. Fra Ferdinando da Bologna cappuccino (al secolo Vincenzo Dal Buono). Architetture scenografiche e figure (con episodi di santi carmelitani) appartengono tutte al pittore cappuccino e sono datate intorno al 1776. Il locale di maggior pregio e completezza è tuttavia la sagrestia vera e propria, strutturata come una cappella con presbiterio a colonne staccate ed altare con ancona - ornata di vivaci stucchi - ed arredata con sontuosi armadi barocchi, eseguiti da Carlo Galli da Barlassina (autore anche degli stalli del coro nella chiesa). Sopra le mosse linee degli armadi e sulla porta d’ingresso, figurano altre tre splendide tempere prospettiche, dello stesso fra Ferdinando da Bologna, dipinte nel 1754, completate nelle figure (con scene della vita del Beato Franco) da Nicola Bertuzzi, autore della intensa tela, rappresentante il Beato Franco in contemplazione del Crocifisso, posta sull’altare. Raramente è dato vedere un risultato unitario di altrettanta ricchezza espressiva, integro in ogni parte, per quanto da restaurare.

Palazzo comunale

Palazzo comunale

Palazzo Comunale
L’edificio, che oggi è residenza municipale, nasce nel sec.XVI come Convento dei padri Carmelitani. Ampliato e più volte rinnovato nel tempo, diventa sede del Comune nel 1804, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi in epoca napoleonica. Della struttura originale restano conservati il porticato interno del chiostro, lo scalone, i corridoi superiori e il refettorio, trasformato in Sala del Consiglio. All’esterno il portico, in contenuto stile neobarocco, fu aperto nel 1925 (come recita la scritta sul fregio) e vi fu trasferito, sull’ingresso principale, il settecentesco portale scolpito in arenaria che prima ornava la facciata verso la chiesa. In corrispondenza di ogni colonna è posta una targa in  pietra recante il nome di tutte le frazioni del Comune di Medicina, mentre sulla parete sotto il portico, così come su quella del chiostro, sono collocate le memorie dei caduti di tutte le guerre, dei personaggi illustri di Medicina (la dedica ad Alfonso Rangoni – dentro il portone – è del Carducci) e il ricordo del passaggio da Medicina di Garibaldi. Sul lato est si può notare come il muro esterno del chiostro sia costituito da un tratto (tra i pochi conservati) delle antiche mura di cinta del castello e si vede ancora in alto verso mezzogiorno il Tempietto “rustico” chiamato “Monte Carmelo”, luogo di ritiro e di meditazione (ma anche “belvedere”) dei carmelitani. All’interno gli ambienti conservano diverse opere di interesse storico e artistico: mobili d’ufficio sei-settecenteschi, ritratti di uomini illustri e di benefattori ed alcune pregevoli pitture tra le quali sono da segnalare una crocifissione, copia sei-settecentesca da Guido Reni (nell’ufficio del sindaco) e, di particolare interesse nella Sala Consiliare, la grande tela di G.B. Gennari (1608) dove sono raffigurati, in alto, i santi patroni della Comunità e, in basso, l’imperatore Federico Barbarossa nell’atto di dettare i privilegi accordati al Comune di Medicina nel 1155, quando egli – con diploma – ne determino i confini.

Chiesa dell’Assunta
Progettata dal Torreggiani intorno al 1748, la chiesa fu costruita negli anni successivi per conto dell’antica ed estesa Confraternita dell’Assunta, come sede più qualificata, in sostituzione dell’antica e modesta chiesa osta di fianco al convento dei Carmelitani (attuale residenza municipale) ed oggi aperta come passaggio urbano, il cosiddetto “Voltone”. L’edificio è a pianta centrale, coronato da un armonico tiburio ottagonale con lanterna alla sommità ed ha affiancato uno svelto campanile. Il fronte della chiesa, a due ordini raccordati da larghe volute, presenta tre porte, un’ampia finestra e un timpano triangolare vivacizzato da croce e vasi fiammati. I volumi, serrati ma chiari, creano un gioco di composta dinamicità barocca. L’interno offre un largo respiro spaziale grazie alla vasta calotta semisferica della cupola poggiante su larghi piloni angolari, traforati da porte e coretti ingentiliti da stucchi del più puro “barocchetto” bolognese, proprio del migliore Torreggiani. I due altari laterali sono già improntati al gusto classico: quello di sinistra, del 1784, con sculture di L. Acquisti, è opera elegante dell’architetto medicinese Francesco Saverio Fabri, eseguita prima della definitiva partenza per il Portogallo. Decisamente neoclassico è l’altare di destra, così come l’aggiunta ottocentesca dell’abside, che ospita la nicchia del Crocifisso con angeli di Massimiliano Putti, e soprattutto le due statue dei profeti Davide (con la cetra) e Isaia (con la sega) realizzate da Bernardo Bernardi. E’ infine da segnalare l’immagine in cartapesta del crocifisso, ricordata come opera della seconda metà del Cinquecento, di classica e composta drammaticità, oggetto di grande venerazione da parte dei medicinesi dei secoli passati; ancora oggi però, il venerdì santo, l’immagine è portata in solenne processione.

Il Palazzo della Comunità
Residenza dell’Amministrazione Comunale di Medicina dal sec.XVI fino ai primi anni dell’Ottocento, sede della Partecipanza di Medicina (estintasi nel 1892). Passato in proprietà a privati, soltanto negli anni ’70 il palazzo, con tutto l’isolato, è stato acquisito dal Comune per farne un centro di strutture e attività culturali. Qui in antico erano accentrati tutti i principali servizi comunitari: uffici, archivio, scuola pubblica e Teatro. L’esterno dell’edificio è abbastanza sobrio nelle forme: unici elementi di distinzione sono il settecentesco sporto a “sguscio” con “unghiature” in corrispondenza dei finestrini ovali e la mossa ringhiera in ferro battuto sul portone, dalla quale, preceduti dal suono dei “Trombetti” si facevano gli annunci solenni o si presentavano al popolo i personaggi illustri in visita (ultimo vi si affacciò per salutare i medicinesi, nel 1857, Papa Pio IX). L’interno, ristrutturato alla fine del settecento, presenta un elegante scalone con stucchi e un altorilievo, Madonna con Bambino di L. Acquisti (1780). Le sale superiori, ora sede della Biblioteca comunale, sono anch’esse decorate con fini stucchi tardo-settecenteschi di Antonio Mughini e di ornati pittorici, nei soffitti, di Domenico Pancaldi, Giuseppe Barozzi e Vincenzo Martinelli (scene di caccia alle pareti del salone dello “Stemma”). Nella sala della “ringhiera”, decorata a metà Ottocento, un dipinto murale di carattere architettonico-prospettico, attribuibile ai Basoli, decora la “fuga” del camino.

Chiesa Arcipretale di San Mamante
Così come si presenta oggi, la costruzione è il risultato della completa ricostruzione dell’antica chiesa plebana tre-quattrocentesca, avvenuta tra il 1735 e il 1740 ad opera dell’architetto bolognese Giuseppe Antonio Ambrosi. All’esterno appare come una ampia struttura barocca a croce latina, preceduta da una vivace facciata, caratterizzata da volute a “Molla” laterali e timpano arrotondato, e culminante, all’incrocio dei bracci, con un tiburio ellittico a lanterna. La successione di contrafforti laterali e l’incastro di volumi addossati e degradanti verso la piazza offrono una pluralità di visuali di notevole suggestione architettonica ed urbanistica. L’interno, con 6 cappelle laterali nella navata e 2 nel transetto, è uno dei più interessanti esempi di architettura sacra bolognese della prima metà del Settecento. Il ricco gioco di colonne libere, nella parte centrale e nel presbiterio, e l’elegante decorazione a stucchi opera di A. Callegari, creano un ambiente di forte effetto spaziale e scenografico, diretto a fare convergere l’attenzione sulla centralità dell’altare. Le opere pittoriche e scultoree custodite presso le varie cappelle oltre a costituire un patrimonio d’arte di notevole rilevanza documentano attraverso i secoli fede, storia e susseguirsi delle vicende umane di una comunità. Tra esse la tela di epoca napoleonica con la Madonna di Guadalupe tra i santi Magno ed Emidio; l’intensa tela seicentesca con la morte di S. Giuseppe opera di Carlo Bononi proveniente dal Carmine; il quadro della Mignani Grilli raffigurante il patrono dei coltivatori S. Isidoro; il grande quadro della metà del ‘600 che rappresenta gli apostoli presso il sepolcro vuoto di Maria ed infine La Vergine Assunta in adorazione della Trinità, bella pittura forse del Sementi o del Gessi proveniente dalla Chiesa dell’Assunta.

Campanile

Campanile

Il Campanile
A lato della Chiesa di S. Mamante, in posizione notevolmente distanziata e visibile da ogni punto della piazza, si eleva per oltre 53 metri il maestoso campanile parrocchiale. Progettato dall’architetto Carlo Francesco Dotti nel 1752 venne edificato a stralci di lavori, molto staccati, dal 1755 al 1777. La base appoggia sulle fondamenta di un antico torrione cilindrico scoperte casualmente durante lo scavo. A differenza di quanto avviene per i campanili coevi, il Dotti in questa opera conferisce importanza architettonica di rilievo anche all’intero corpo e non soltanto alla cella campanaria. Il sapiente gioco di fasce orizzontali e riquadri verticali incassati del fusto, insolitamente aperto da una serie di cinque ampie finestre per lato, e la solida eleganza della parte alta, di un classico ordine ionico, costituiscono il valore espressivo di questa torre, che per lungo tempo rappresentò un esempio indiscusso nella progettazione architettonica ed urbanistica dei campanili di area bolognese e dintorni. Il concerto di quattro campane che il campanile sostiene è uno dei rari “doppi” settecenteschi rimasti in funzione. Fuso da Domenico Fantuzzi nel 1785 (la “grossa” venne rifusa del 1829 dal Rasori) è accordato nel grave e solenne “tono minore”.

Porticone di via Saffi

Porticone di via Saffi

Il Porticone
La costruzione, a 13 archi, voluta dal Comune alla fine del settecento fu eseguita su progetto di Angelo Venturoli e doveva costituire il primo intervento di una serie di costruzioni porticate che completassero fino al termine il tratto non ancora costruito della strada: un vero e proprio piano urbanistico, in cui era stato pensato (e già iniziato su progetto dell’architetto Francesco Saverio Fabri) anche il nuovo Ospedale; piano che non ebbe poi completamento né la prevista continuità, fino alla Chiesa dell’Osservanza, a causa dell’avvento dei francesi.

Chiesa della Salute
Inserita con raffinato garbo in continuità con gli edifici circostanti., la Chiesa di Santa Maria della salute, edificata dal 1728 su disegno di Ferdinando Bibiena , a cura della Confraternita omonima, sostituì l’antico oratorio di S. Antonio abate e l’Ospedale dei Pellegrini, istituzioni di origine medievale che dal Cinquecento erano gestite dall’Ospedale della Vita di Bologna.